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Il caseificio che ha subito due attentati in pochi giorni: «Non pagheremo mai il pizzo. Non è una sfida a noi, ma alla città»

Parla Elefteria Borderi, figlia del fondatore dell'attività di street food, poche ore dopo la seconda esplosione che ha devastato il locale. «Chi si volta e fa finta di non vedere, è colpevole quanto chi ha compiuto il gesto»

15 Gennaio 2026, 21:24

16 Gennaio 2026, 07:40

Due attentati in pochi giorni: «Non ci piegheremo. Non pagheremo mai»

«Bomba o non bomba» – per citare Venditti – «noi non pagheremo mai il pizzo. Mai». A parlare è Elefteria Borderi, figlia del fondatore del caseificio divenuto piccolo tempio artigiano dello street food, poche ore dopo il secondo atto intimidatorio che ha devastato il loro locale alla Marina, a distanza di pochi giorni dalla precedente esplosione in via De Benedictis.
In appena sei giorni l’incubo si è ripetuto: prima la deflagrazione e le fiamme che annientano tutto, poi la corsa notturna, storditi e impauriti, infine l’immagine insopportabile della propria attività presa di mira e ridotta in macerie. Una sequenza di azioni criminali che spazza via ogni esitazione sulla natura del gesto e che segnala, in città, la recrudescenza di fenomeni che, nell’immaginario collettivo, parevano confinati a una stagione siracusana ormai alle spalle. Così non è: il racket torna ad alzare la testa.
Più rabbia o paura?
«La paura è stata tanta – ammette Elefteria –. Mio marito è stato svegliato alle 2 dai carabinieri, ed io ero incredula. In casa sono state ore di confusione, immagini, abbiamo tre bambini piccoli. La rabbia nasce dal fatto che un secondo atto del genere a qualche giorno di distanza significa che chi l’ha commesso non teme nulla. Non stanno sfidando solo noi, ma il sistema».
Perché?
«Perché l’hanno fatto nonostante sappiano che c’è un’indagine in corso e tutte le autorità di competenza siano allertate. Sono sfrontati».

Non avete avuto nemmeno il tempo di respirare...
«Il primo attentato ci ha sorpresi, pensavamo “forse non ci riguarda direttamente”, come se fosse un esempio per tutti e ci fossimo capitati noi. Non avevamo avuto alcun sentore, nessuna telefonata, nessun avvertimento…».

Con la seconda bomba il dubbio non c’è più.
«Noi pensiamo comunque che sia una sfida diretta alle autorità, all’amministrazione. Come a dire “non temiamo niente, siamo superiori a tutto”…».

Nel dramma, però, avete registrato anche un’ondata di solidarietà.
«Sì, enorme. Centinaia di messaggi. Le racconto la telefonata che ho ricevuto ieri mattina, un signore che ha usato parole bellissime e dure. “Non siete stati colpiti solo voi, ma la collettività».

I piccoli hanno percepito qualcosa?
«I bambini sono terrorizzati. Anche io da piccola ho vissuto la tensione legata a fatti del genere, e non permetterò mai che la vivano anche loro».

Cosa dire agli altri commercianti, tra coraggio e timore di esporsi?
«Se dovessero vivere momenti poco felici, l’unica salvezza è rivolgersi alle autorità competenti, avendo la massima fiducia nelle forze dell’ordine. Noi ci sentiamo tutelati e seguiti con attenzione e competenza».