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L’inchiesta

Il doppio gioco della mafia tra boss e anche “confidenti”: «Riina? Un malato di sbirritudine»

Il capo dei capi accusato più volte di rapporti con forze dell’ordine e Servizi: «Si è venduto Liggio». Poi pure lui sarebbe stato “consegnato” da Provenzano. I casi di Di Cristina e Badalamenti

28 Marzo 2026, 05:00

05:23

Il doppio gioco della mafia tra boss e anche “confidenti”: «Riina? Un malato di sbirritudine»

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La morte dell'ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada avvenuta il 18 marzo ha riaperto delle polemiche che durano da anni sul vero ruolo di Contrada anche quando era capo della mobile e della Criminalpol a Palermo. Se era, come ha sempre sostenuto il pentito Gaspare Mutolo, un poliziotto che passava informazioni al boss Rosario Riccobono oppure che quest'ultimo fosse stato un suo “confidente” come sosteneva il capomafia corleonese Totò Riina. Non è mai stata confermata né l'una né l'altra ipotesi.

Il ruolo di Contrada

Nei giorni scorsi sono andato al funerale di Bruno Contrada, che avevo conosciuto quando faceva il poliziotto. Quando transitò all'Alto Commissariato per la lotta alla mafia e poi al Sisde, non lo incontrai più. Lo vidi qualche anno fa al porto di Palermo, io tornavo da Ustica lui non so da dove. Ma mi disse che se avessi voluto potevamo farci una chiacchierata. Gli risposi che lo avrei fatto, ma poi non lo feci perché ero preso da tante altre cose e, me ne sono pentito. Sapevo chi era naturalmente, per tanti motivi.

Mi ricordo perfettamente il giorno in cui venne arrestato per accuse pesantissime, anche di collusioni con la mafia. Era il 24 dicembre del 1992, vigilia di Natale, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio e quel giorno ero andato a Palazzo di Giustizia di Palermo che frequentavo da anni come cronista di giudiziaria per l'Agenzia Ansa, per salutare alcuni magistrati per gli auguri di Natale. Ero al pianterreno del Palazzo di giustizia davanti all'ascensore per salire al secondo piano, quello dove c'erano i pm gli uffici della Procura. Mentre attendevo l'arrivo dell'ascensore, arrivò un magistrato che mi disse: «Stamattina abbiamo arrestato Bruno Contrada». Rimasi di stucco: la notizia era ancora segreta e per me era uno scoop. Telefonai all'Ansa e diedi la notizia: «Mafia : arrestato Bruno Contrada», siglato «VV», che era la mia firma all'Ansa. Avvertii anche il collega Attilio Bolzoni di Repubblica con la quale collaboravo.

Contrada finì in carcere con pesantissime accuse supportate dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo che chiamò in causa anche il pm del Maxiprocesso Domenico Signorino che non sopportò quelle accuse e si suicidò lanciandosi dal balcone del palazzo dove abitava nella borgata di Pallavicino, che era il regno del boss Rosario Riccobono. Un suicidio che turbò anche il pentito Gaspare Mutolo che mi disse: «Ho fatto tanti omicidi ma la morte del dott. Signorino mi ha provocato l'unico rimorso della mia carriera di mafioso e poi pentito».

Mutolo accusava Contrada di essere un “informatore” del boss Riccbobono che a sua volta era sospettato, anche da Totò Riina, di essere un “confidente” di Bruno Contrada. E non deve meravigliare che un boss fosse allo stesso tempo anche un confidente di Polizia e Carabinieri.

L'obliquità corleonese

La storia di Cosa Nostra, è piena di capi mafia che erano anche “sbirri” e “confidenti di questura” come venivano chiamati. Anche il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina, sarebbe stato un “confidente” dei servizi segreti. A sostenere questo «infame» sospetto non sono stati soltanto pentiti ma anche insospettabili boss che intercettati, in privato e silenziosamente, accusavano Riina di essere anche uno “sbirro” e che avrebbe fatto arrestare anche il suo grande capo, Luciano Liggio.

Il primo a rivelare che Riina faceva anche il confidente, era stato il «boss dei due mondi», poi passato nel mondo dei pentiti, Tommaso Buscetta. Nei lunghi incontri con il giudice Giovanni Falcone e Paolo Borsellino Buscetta rivelò: «Dottore quello (Totò Riina ndr) è un uomo malato di “sbirritudine”, si è sempre comportato come uno sbirro, lui non parlava ma aveva un altro vizietto però, quello delle lettere anonime, ne ha scritte tante ed io credo che, nel 1974, sia stato proprio lui a far arrestare Luciano Liggio».

Le accuse di Mutolo

Un'accusa quasi inverosimile che però viene confermata da uno degli uomini più fidati di Totò Riina e che per anni è stato il suo autista e “guardiaspalle”, il pentito Gaspare Mutolo: «Che lui (Riina nda) potesse essere in contatto con i servizi segreti si diceva nel nostro ambiente già negli anni '70 quando ci fu il processo ai cosiddetti “114”». Ma c'era una altra confessione di un boss di rango, come Salvatore Enea, chiamato “Robertino”, capo mafia di Bolognetta che era stato inviato a Milano dalla Cupola per sovraintendere agli affari che si stavano sviluppando nel capoluogo lombardo. Salvatore “Robertino” Enea era appena uscito da una carcerazione ed il 18 novembre 1983, alle 10,10 veniva intercettato dalla Dia che aveva piazzato una microspia in casa del boss che parlando con un suo uomo, diceva peste e corna di Totò Riina che «aveva consumato» Cosa Nostra per le sue decisioni stragiste, per l'uccisione di Falcone e Borsellino aggiungendo che il Capo dei Capi, appunto Riina, era anche «uno sbirro», confidente dei servizi segreti e che aveva la Questura di Palermo «nelle sue mani» e che aveva regnato grazie all'aiuto e alla protezione degli «sbirri» e dei Servizi che, secondo le parole di Enea lo avvisavano delle mosse dei suoi avversari, dentro Cosa Nostra (Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo nda) per parere il colpo e preparare le contromosse. Ed ancora: «Riina era un delinquente perchè la mafia non aveva mai fatto stragi di quel genere, uccidere donne e bambini, questi valori non ci sono più». L'interlocutore di Enea fa una domanda: «Quello che io continuo a non capire è come mai tutta la mafia che è a Palermo non abbia deciso di mandarlo a fare in culo molti anni prima, quando si vedeva quello che non andava». Ed Enea rispondeva: «In quel momento c'erano tanti morti, trecento, quattrocento l'anno: c'è stato un momento che hanno tentato di ammazzarlo, hanno sbagliato per un secondo e Riina ha ammazzato tutti i suoi avversari. Tanta gente è scappata, gente scappata a vita che non tornerà mai più in Italia… e morto Riina chi gli sarebbe succeduto? Leoluca Bagarella che è peggio di lui, Bernardo Provenzano e poi Nitto Santapaola, tutti della sua scuola. Quando tu pensi che uno di un paese (Totò Riina nda) che si chiama Corleone che da settemila abitanti comanda la situazione a Palermo che ha un milione di abitanti e che a Palermo non è nessuno che lo può contraddire… perchè lui li faceva ammazzare tutti perchè aveva informazioni dal Sisde e alla Questura».

E ancora Mutolo che racconta: «Lui, Riina, si era messo in testa che doveva comandare lui e soltanto lui ed allora cominciò a fare “tragedie” dentro l'organizzazione: fece arrestare con le sue confidenze il suo capo Luciano Liggio. E Liggio che non era un fesso ed aveva anche i suoi informatori che gli dicevano che Riina aveva cominciato a fare il “tragediatore”, mandò a dire a tutti i capi mandamento di non parlare più con Riina ma con Bernardo Provenzano».

Provenzano e gli altri

Ma anche Bernardo Provenzano fu sospettato di avere collaborato con i carabinieri per fare arrestare Totò Riina con la «sponda» dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (condannato per mafia) per interrompere la strategia stragista di Riina.

Altri boss, oltre Riccbobono e Riina, sono stati sospettati di essere mafiosi e “sbirri” contemporaneamente. Anche Michele Greco, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Di Cristina, Vito Ciancimino, Angelo Siino, Matteo Messina Denaro avevano rapporti borderline con polizia, carabinieri e servizi segreti. Li chiamavano “Papa” della Mafia, “Ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” etc. Erano sì mafiosi ma anche, per convenienza, confidenti che facevano gli spioni per fare arrestare i loro avversari. Come fece per tanti anni il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina che dopo essere sfuggito ad un attentato (ma non al secondo, nda) aveva svelato a un capitano dei carabinieri di Caltanissetta chi erano i boss mafiosi corleonesi che stavano conquistando il potere.

Ed anche un altro grande capo di Cosa Nostra, Gaetano Badalamenti, non era esente dai sospetti di essere anche lui un “confidente”. Lo rivelò “il macellaio” Giovanni Brusca, poi pentitosi, che durante un processo dichiarò di avere appreso proprio da Totò Riina che Badalamenti, era un «confidente» dei Carabinieri, del colonnello Giuseppe Russo (poi ammazzato) e del maresciallo dei Carabinieri di Cinisi, Antonino Lombardo che fece una missione negli Stati Uniti per interrogare Gaetano Badalamenti perchè «lo conosceva». E quando i magistrati lo interrogarono negli Stati Uniti, Badalamenti rispose ai giudici: «Perchè chiedete a me tutte queste cose (compresi i suoi presunti rapporti con Giulio Andreotti, nda)? Chiedetele al maresciallo Lombardo che è delle mie parti e sa quali erano i nostri rapporti». Il maresciallo Lombardo si suicidò una settimana dopo quell'incontro negli Stati Uniti dentro la caserma Cangialosi di Palermo sede del comando regionale dei Carabinieri.

L'elenco di boss-confidenti è molto lungo e qui basti un breve elenco. Vito Ciancimino, defunto sindaco di Palermo, condannato per mafia che era amico di Bernardo Provenzano e Luciano Liggio e che era in rapporti con l'Alto Commissariato contro la mafia e con dirigenti della Questura di Palermo. Ed ancora Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” che parlava contemporaneamente con Polizia e Carabinieri. E, per concludere, con sorpresa, anche l'ultimo dei capi mafia, erede di Totò Riina, Matteo Messina Denaro, morto nel 2023. Per anni aveva intrattenuto una fitta corrispondenza, con l'ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino (nato Corleone nda) che era un confidente dei servizi segreti. Matteo Messina Denaro si firmava “Alessio” Vaccarino “Svetonio”.

Strano ma vero.