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Misure di Prevenzione

Rifiuti e lidi, l'impero dei Paratore. Il Pg: «Erano la faccia imprenditoriale del boss Zuccaro»

Il sostituto procuratore generale Nicolò Marino ha chiesto di confermare la confisca del patrimonio di 100 milioni

03 Aprile 2026, 07:13

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Non ci sono dubbi per il sostituto procuratore generale Nicolò Marino: la confisca delle imprese di Nino e Carmelo Paratore va confermata. La richiesta alla Corte d’Appello — sezione Misure di Prevenzione — è stata avanzata al termine di una lunga e articolata requisitoria del Pg. Un impero imprenditoriale che si allarga dal settore dei rifiuti a quello della balneazione e che sarebbe stato costruito — secondo la tesi accusatoria — con massicce iniezioni di capitali illeciti. Un patrimonio che la Dia nel 2021, anno del sequestro, ha stimato in 100 milioni di euro.

Il cuore economico è rappresentato dalla Cisma Ambiente: la società (in amministrazione giudiziaria e già sotto sequestro penale, ma il processo è ancora impantanato in primo grado) gestisce una discarica di rifiuti industriali a Melilli, a un tiro di scoppio dal polo petrolchimico di Siracusa. E su questo filone Marino ha anche depositato diversi documenti integrativi sulle vicende legate alle autorizzazioni ambientali (Via e Vas) su un relativo ampliamento di una vasca di raccolta che furono al centro di pressioni (anche politiche) che hanno sullo sfondo il colluso “sistema Siracusa” creato dal duo di avvocati Pietro Amara e Gianluca Calafiore.

Il sostituto Pg ha citato le dichiarazioni dell’allora dirigente del settore rifiuti Marco Lupo (finito anche nell’inchiesta della Commissione antimafia presieduta da Claudio Fava). Lupo riferì delle domande che gli furono poste, in particolare da Rosario Crocetta e Beppe Lumia, quando alla Cisma fu negata l’autorizzazione per l’ampliamento dell’impianto; in alcune di quelle occasioni, tra cui un incontro a Roma, era stata notata anche la presenza di Paratore.

Il socio e finanziatore occulto sarebbe Maurizio Zuccaro, l’ergastolano e boss di Cosa Nostra. Ha una collezione di condanne per associazione mafiosa e anche per diversi omicidi, fra cui quello dell’infiltrato “Oriente” Luigi Ilardo, avvenuto il 10 maggio 1996 in via Quintino Sella a Catania. Zuccaro uccise il confidente del Ros poco prima che potesse entrare nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Un delitto che ha lasciato non poche zone d’ombra: nel processo di quell’omicidio venne fuori come Maurizio Zuccaro potesse avere rapporti con i servizi segreti. Ma quella è un’altra storia.

Torniamo al processo di Misure di Prevenzione. Il “capo” del gruppo di San Cocimo, che vanta una parentela con Vincenzo Santapaola (figlio del defunto Turi), è un amico di famiglia di Nino e Carmelo Paratore, che sono padre e figlio. «Il rapporto fra Maurizio Zuccaro e Nino Paratore non si è mai interrotto — ha evidenziato Marino — nonostante le plurime condanne e gli arresti di Zuccaro per fatti di mafia». Il Pg ha chiesto alla Corte d’Appello anche di confermare la misura personale a carico di padre e figlio, per l’attualità della pericolosità sociale.

«Paratore era la faccia imprenditoriale di Zuccaro — ha evidenziato Marino nella requisitoria — e la prova arriverebbe dal racconto di collaboranti (l’ex reggente dei Santapaola, Santo La Causa in primis) e dalle intercettazioni che hanno documentato come all’interno delle società per le pulizie negli ospedali (Paradivi Servizi) e nel lido Le Piramidi vi fossero sempre Zuccaro e anche i suoi familiari». Nell’ordinanza di primo grado del Tribunale — a riprova di questa familiarità — sono elencate diverse foto che ritraggono i Paratore e Zuccaro in più momenti e in diversi luoghi. Il boss era nella lista degli ospiti dell’inaugurazione di Cisma Ambiente di contrada Bagali a Melilli.

Ulteriore tassello è la sperequazione dei redditi dei Paratore che, seppur ridimensionata durante il processo di primo grado, è rimasta. «Contabilmente le società di Paratore hanno avuto l’immissione di capitali di cui non avevano la disponibilità — ha argomentato il Pg — e questo rappresenta un riscontro al narrato dei collaboranti». Un mosaico molto delicato. Prima della decisione del collegio di secondo grado ci saranno le arringhe del collegio difensivo, che insiste per la revoca della confisca.