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emergenza povertà ad Agrigento

Il report shock di Caritas Diocesana: lo stipendio non basta più per pagare affitto e bollette

Il 20% degli assistiti ha un impiego stabile ma non arriva a fine mese. Sono 774 i nuclei familiari che chiedono aiuto. Il direttore Landri: "Molte famiglie costrette a scegliere se mangiare o curarsi"

14 Maggio 2026, 11:48

11:50

Il report shock di Caritas Diocesana:  lo stipendio non basta più per pagare affitto e bollette

Ogni giorno, anche ad Agrigento, sotto la copertina di una città di provincia in cui la classe più comune è quella della media borghesia impiegatizia, tante famiglie si trovano a dover fare delle scelte: se mangiare o rivolgersi ai medici, se scaldare la casa o pagare i libri di testo per i figli.

A tracciare la fredda ma sconsolante statistica è il direttore di Caritas Agrigento Valerio Landri, che ci ha fornito i dati che saranno contenuti nel report dell’Osservatorio della povertà per quanto riguarda la nostra città.

Le informazioni statistiche riguardano il 2025, con un dato che è sostanzialmente in linea con quello dello scorso anno. Sono 774 le famiglie assistite dall’associazione caritativa, per un totale di 2195 persone che fanno conto sul supporto fornito da Caritas per affrontare situazioni di povertà più o meno strutturali.

Secondo i numeri, gran parte degli utenti si rivolge ogni due mesi all’istituzione per avere aiuto, segno che il bisogno non è quotidiano, ma collegato a fatti specifici: un affitto da saldare, una bolletta da pagare. C’è ovviamente chi chiede supporto in situazioni emergenziali: tra queste la perdita improvvisa del lavoro ma anche un evento umanamente ed economicamente traumatico come la perdita di un caro.

C’è chi si indebita per mesi per poter pagare le spese di un funeralespiega Landri -, quindi spesso o ci chiedono un supporto per saldare questi importi o per aiutarli a superare il momento di difficoltà”.

Spesso, poi, le situazioni di indigenza sono connesse ai cicli del mercato del lavoro: a chiedere aiuto, ad esempio, sono nel periodo invernale tutti coloro che in estate operano nel settore della ristorazione o del turismo.

A rivolgersi a Caritas sono soprattutto le donne, e soprattutto sono principalmente gli italiani a chiedere supporto, nella fascia tra i 18 e i 65 anni di età. Solo il 56% di chi chiede assistenza è sposato, mentre c’è un 15% di persone separate o divorziate che si rivolgono a Caritas per essere aiutate. Tra queste o donne che non ricevono dai mariti gli alimenti e il mantenimento previsto (non necessariamente per volontà di quest’ultimo, ma a volte perché non ha un lavoro) ma anche uomini che non riescono a pagare l’affitto o le bollette per mantenere l’impegno economico stabilito dal tribunale per la sua ex famiglia.

Ciò che fa più impressione è che tra i tanti che si rivolgono a Caritas c’è un 20% di persone stabilmente occupate. Sono i cosiddetti “working poor”, categoria in cui rientra chi, pur avendo un reddito, non guadagna abbastanza per superare la soglia di povertà.

Bisogna poi chiarire che i bisogni non riguardano ormai molto spesso il cibo: ad oggi sono disponibili due mense cittadine (quella della Caritas assiste 50/60 persone al giorno) e varie associazioni caritative che distribuiscono beni di prima necessità, quanto piuttosto tutto quanto riguarda la vita di ogni giorno: farmaci, affitti, bollette, tasse. Una pressione che diventa insostenibile per alcuni.

In cima alla lista delle emergenze, secondo i dati, c’è quella abitativa. Siamo chiari: non parliamo di persone che sono senza casa, ma di almeno 500 famiglie che non hanno un alloggio consono. In spese connesse all’abitazione finisce l’80% degli aiuti. Molti, soprattutto migranti, si accontentano di vivere in abitazioni in gravi condizioni strutturali e sanitarie pur di avere un tetto perché questo è indispensabile – anche – per il permesso di soggiorno.

“In tal senso – spiega Landri – c’è anche spazio per la speculazione. Queste persone si trovano a dover pagare affitti esorbitanti o a dividere spazi irrisori in situazioni spesso estremamente precarie”.

Manca, all’orizzonte, una qualsiasi politica abitativa in città, sia essa per chi qui è nato che per i “nuovi” agrigentini, come se il problema non esistesse, come se, un sacchetto di spesa ogni tanto, fosse l’unica soluzione che la politica riesce ad immaginare per affrontare la povertà.