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LA STORIA

Undici anni dietro le sbarre, Alaa Faraj torna libero e commuove Palermo: «Dal 2014 non respiravo un'aria così pulita»

La lunga storia del calciatore libico che ha ottenuto la grazia parziale da Mattarella e ora è in attesa della revisione del processo

19 Maggio 2026, 16:13

17:11

Undici anni dietro le sbarre, Alaa Faraj torna libero e commuove Palermo: «Dal 2014 non respiravo un'aria così pulita»

Alaa Faraj, il giovane calciatore libico cui lo scorso 22 dicembre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia parziale, ha lasciato il carcere Ucciardone di Palermo.

Ad accompagnarlo, la sua avvocata Cinzia Pecoraro; fuori dal penitenziario lo attendeva la docente universitaria Alessandra Sciurba, che a giugno diventerà sua moglie.

Ieri la Corte d’Appello di Messina ha accolto l’istanza di revisione presentata dalla difesa, disponendo la sua immediata liberazione. L’udienza per il nuovo giudizio è fissata per il prossimo ottobre.

Faraj, che si è sempre professato innocente, aveva già trascorso undici anni in cella a seguito della condanna a trent’anni per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La vicenda giudiziaria prende avvio il 15 agosto 2015: a vent’anni, partito dalla Libia per inseguire un futuro da calciatore in Europa, si imbarca con oltre 360 migranti su un barcone poi alla deriva. Nella stiva vengono rinvenuti i corpi di 49 persone morte per asfissia. Da lì l’inchiesta, il processo e, infine, la pesante condanna per strage.

Nel corso del tempo, autorevoli giuristi – tra cui l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Silvestri – sono intervenuti pubblicamente a favore di Faraj.

Un anno fa lo stesso collegio messinese aveva respinto la richiesta di revisione, pur definendo il giovane "l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio" e "moralmente non imputabile".

All’epoca dei fatti Faraj era iscritto al primo anno di Ingegneria, giocava a calcio e aveva lasciato Bengasi con l’idea di procurarsi un visto e raggiungere l’Europa. Voleva arrivare in Svizzera o in Germania, diventare un calciatore affermato e laurearsi. Dopo ripetuti dinieghi, decise di partire comunque, senza informare la famiglia. Poi la tragedia, l’arresto e la sentenza definitiva.

Nell’autunno scorso Faraj ha pubblicato, insieme con Alessandra Sciurba, il libro "Perché ero ragazzo" (Sellerio), un carteggio in cui si racconta alla docente di Filosofia del Diritto. "Perché ero ragazzo", scrive, e aggiunge di avere "perdonato, perché sono esseri umani, e l’essere umano sbaglia".

Con la decisione di ieri la Corte d’Appello ha aperto alla revisione e, nelle more, ha disposto la sua scarcerazione.

"Come hanno chiesto un anno fa l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, e don Luigi Ciotti di Libera, siamo arrivato a un supplemento nella ricerca di verità e giustizia rispetto a una storia che ha sepolto vivi dei ragazza, tra cui Alaa", ha dichiarato Alessandra Sciurba.

"Il libro ha fatto luce su una vicenda giudiziaria difficile e complessa e adesso, grazie a una mobilitazione di una comunità intera, si è aperto uno spiraglio".

"Non ho smesso nemmeno per un secondo di credere a questo esito, che non è ancora definitivo. Per me non è ancora un punto di arrivo, ma è un punto di partenza. Devo ancora dimostrare la mia innocenza, e dobbiamo vincere in Tribunale", ha detto Faraj, appena uscito dall’Ucciardone.

"A ottobre le cose cambieranno anche per i miei amici ancora in carcere", ha aggiunto, ricordando che altri quattro cittadini libici, suoi amici, sono detenuti per lo stesso reato.

E ancora: "Era dal 2014, prima della guerra civile in Libia, che non respiravo un’aria così pulita. Ci sono stati tanti momenti bui, ma non ho smesso mai di credere in questo esito. Mi ha fatto sopravvivere solo la mia innocenza, che mi ha tenuto in piedi. Mi sono affidato a persone che mi hanno indicato la strada giusta. Quando vedevo che il fine pena era il 2045 dicevo sempre che non poteva essere".

"Non ho ancora sentito i miei genitori, ma ora finalmente li posso sentire e chiamare con una videochiamata tranquilla", ha spiegato. Alla domanda su cosa farà per prima cosa, ha risposto: "Incontrerò gli amici".

Quindi i ringraziamenti: all’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, a don Luigi Ciotti e alla sua legale Cinzia Pecoraro, "che gli sono sempre stati vicini".