il caso
La “reliquia” del beato Rosario Livatino e il diritto canonico: quando la burocrazia ecclesiastica va in tilt
Si tratta di un pezzo di fodera dei pantaloni arrivato nella basilica di San Bartolomeo a Roma e che per l’Arcidiocesi di Agrigento è solo un “reperto” e non può essere venerato
Quanto conta, nelle questioni di fede, la “burocrazia”? È solo grigia applicazione delle regole, o sono temi di sostanza e non di forma? La ritualità, la codificazione dei comportamenti e delle azioni quanto pesano quando si parla dell’intangibile?
Non è un ragionamento filosofico-teologico, ma un quesito che diventa concretissimo quando tutto viene applicato nella realtà.
Il fatto è questo: alcuni giorni fa è stata «solennemente introdotta», per usare la terminologia adatta, nella basilica di San Bartolomeo all'Isola, memoriale dei Nuovi Martiri affidato a Roma alla Comunità di Sant'Egidio, una “reliquia” del Beato Rosario Livatino, il giudice canicattinese ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990.
Non si tratta della camicia che è conservata nella Cattedrale di Agrigento e che venne esposta per la venerazione quando la Chiesa lo proclamò Beato, ma di un pezzo, con tracce di sangue, di fodera interna dei pantaloni indossati dal giudice il giorno dell’agguato. Questi, insieme ad altri capi di abbigliamento, vennero affidati a un familiare dai genitori del giudice dopo che questi li avevano ritirati dal Gabinetto di Polizia scientifica della Questura di Agrigento e al termine dell’esame autoptico eseguito dal professor Biagio Guardabasso, nella camera mortuaria dell'ospedale cittadino.
Un oggetto intriso del sangue del giudice che è stato consegnato alla Comunità di Sant’Egidio per essere ospitato in uno spazio dedicato appunto ai martiri del XX e del XXI secolo dall’associazione “Amici del giudice Rosario Livatino” perché potesse essere esposta insieme alla reliquia appartenente al beato Don Pino Puglisi. Tutto si è svolto durante una cerimonia ufficiale a cui avrebbe dovuto partecipare anche il vicario generale del Santo Padre Baldassare Reina (anche lui agrigentino) che però, alla fine, non ha potuto essere presente per motivi personali. O forse no.
Il punto in questa vicenda, però, non è il fatto che quel pezzo di stoffa abbia o meno assorbito il sangue di Livatino o che sia effettivamente collegabile a lui, ma l’obiezione, secondo alcuni, che quell’oggetto non è una “reliquia” così come stabilito dal diritto canonico.
Basta consultare quanto previsto sul tema dal Vaticano sul tema: «Alla pubblica venerazione – si legge - possono essere esposte, invece, soltanto le reliquie dichiarate autentiche dal Vescovo diocesano o dal suo delegato del luogo ove sono conservate» o, ancora, al postulatore della causa del Santo/Beato in questione. In sintesi: serve che la Chiesa la certifichi come “reliquia”, altrimenti è, per la fede cristiana, solo un oggetto di interesse storico e poco altro.
Tesi che l’associazione respinge con nettezza: a certificare che quello è davvero un pezzo di un pantalone appartenuto al giudice è un parente del Beato che ricevette, e ancora conserva, alcuni indumenti e, a loro parere, vi può essere certificazione religiosa solo sulle reliquie che appartengono alla Chiesa. Questo frammento, ci spiegano dal direttivo, era stato effettivamente consegnato all’Arcidiocesi di Agrigento anni fa, ma non venne mai esposto, spingendo gli “Amici del giudice Livatino” a chiederlo indietro per trovare un altro luogo in cui valorizzarlo, nel nome del magistrato Beato. Cosa che avvenne, con un verbale in cui il brandello di stoffa viene definito dalla chiesa semplice “reperto” e non, appunto, reliquia.
Un “busillis”, come lo avrebbe definito Andrea Camilleri, che incrocia burocrazia e fede e che potrebbe avere un seguito.
Intanto di Rosario Livatino ci resta l’esempio fulgido di un uomo che “Sub tutela Dei” faceva il suo lavoro di magistrato. Non per vendetta, non per burocrazia. Solo per giustizia.
E, forse, potrebbe bastare.