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sanità

Ortopedia al San Giovanni di Dio: robotica e materiali per sfidare le cliniche del nord

Nell'ospedale di Agrigento la chirurgia protesica e la traumatologia utilizzano impianti di ultima generazione pari ai grandi centri privati settentrionali

15 Giugno 2026, 09:59

10:00

Giuseppe Tulumello

Giuseppe Tulumello

Dalla protesi inversa della spalla alla traumatologia, passando per gli interventi protesici ortopedici. Cosa fa la differenza tra l’Ortopedia del San Giovanni di Dio e le strutture anche private del nord Italia? Lo abbiamo chiesto al primario, Giuseppe Tulumello.

«Per quanto mi riguarda posso dire nulla. Noi adottiamo il sistema robotico che utilizzano le strutture più importanti. Siamo all'avanguardia. Per la traumatologia abbiamo a disposizione i device con materiali di ultima generazione, perché non è tanto soltanto il tipo di prodotto che impiantiamo ma anche il materiale del quale è composto».

Si parla tanto di impianti protesici in ceramica, si utilizzano anche qui?

«Precisiamo che per le protesi non si utilizza solo la ceramica. Sono scelte condizionate da diversi fattori, tra i quali l'età e l’esperienza del paziente, l'evidenza clinica. Oggi la ceramica è lo standard più adottato dalla platea ortopedica, la combinazione nella protesica di anca della testina in ceramica con l'inserto in polietilene ha dato miglior comfort al paziente e una minore usura, quindi una maggiore durata nel tempo».

Quanto tempo può durare una protesi?

«Dipende da diversi fattori, dalle caratteristiche morfologiche del paziente. Bisogna anche comprendere che lo scheletro si modifica nel tempo, può diventare osteoporotico, subire dei traumi, delle fratture. Se nel corso della vita, ad esempio, insorge un tumore con una condizione metastatica e i farmaci che si assumono peggiorano la qualità dell'osso, si può determinare uno scollamento dell'impianto protesico. Senza considerare che anche noi ci modifichiamo nel tempo, anche morfologicamente».

L’Ortopedia guidata dal professore Lupo, è stata la punta di diamante per l'intervento protesico della spalla a livello europeo. Cosa è cambiato?

«Dobbiamo innanzitutto considerare che quando il professore Lupo iniziò a parlare di spalla, l’Ortopedia italiana era nel periodo di scoperta. In quegli anni gli interventi erano in live surgery con una platea che assisteva all’operazione. Anche perché l'arto superiore fa paura per la sua complessità. Oggi continuiamo a fare la protesi inversa di spalla e il principio è sempre lo stesso: utilizzare tecniche innovative e portarle a disposizione dell'utenza».

Se potesse chiedere qualcosa per il suo reparto, cosa sarebbe?

«C’è ciò che serve: un’equipe di giovani medici che hanno tanta voglia di fare e di crescere, con uno spirito d'abnegazione che di questi tempi è veramente invidiabile. Anche il personale parasanitario è dinamico e molto competente. Certo, mi piacerebbe avere altro personale per fare ancora di più e sempre meglio in termini assistenziali. E per questo c'è un concorso in itinere che spero si espliciti nel più breve tempo».