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L'allarme del Comitato Maddalusa: "Senza acqua è un assedio", ma per le istituzioni sono immobili da abbattere

I proprietari equiparano il blocco idrico a una "punizione collettiva", mentre gli enti pubblici applicano le leggi sui vincoli paesaggistici

29 Giugno 2026, 11:28

Crisi idrica, allarme della Regione: mezza Sicilia rischia di rimanere senz'acqua

La secolare e complessa gestione del territorio agrigentino torna a mostrare il suo volto più spigoloso. Al centro del dibattito vi è la lettera aperta diffusa dal Comitato di quartiere Maddalusa, un documento che si muove sul sottile confine tra la rivendicazione di un diritto primario e la cronica realtà dell'illegalità urbanistica. Al centro della contesa c'è il blocco dell'approvvigionamento idrico: per centinaia di abitazioni edificate in totale assenza di licenza edilizia, infatti, non è solo impossibile ottenere un regolare allaccio alla rete pubblica, ma è scattato anche il divieto di rifornimento tramite autobotti private. Una misura drastica, che l'amministrazione difende in nome della legalità e dei vincoli, ma che i residenti descrivono come un pesante "assedio" volto a costringerli alla resa.

Le giustificazioni dei residenti: tra necessità storica e tolleranza burocratica

Dalla prospettiva del Comitato, il fenomeno edilizio non viene catalogato come una speculazione dolosa, bensì come una risposta spontanea alla carenza di alloggi nel secondo dopoguerra, in una città che aveva visto distrutti migliaia di vani abitativi dai bombardamenti. Le prime costruzioni in Contrada Maddalusa risalirebbero alla fine degli anni Sessanta, un'epoca in cui Agrigento era ancora priva di un piano regolatore generale, introdotto solo nel 1982.

A sostegno della propria causa, i proprietari sottolineano come il loro sia un "abuso formale" e che le abitazioni si trovino nella cosiddetta Zona A ma al di fuori del perimetro archeologico visibile dalla Valle dei Templi. Tra le tesi difensive viene inoltre evidenziato un paradosso burocratico: pur essendo prive di concessione, queste case sono regolarmente accatastate, pagano le imposte comunali come la Tari e possiedono da decenni contratti per l'energia elettrica e la telefonia. I residenti richiamano anche la legge di sanatoria del 1985, sostenendo che lo Stato abbia incassato le loro oblazioni senza mai applicare la prevista revisione dei vincoli.

La linea della legalità e lo spettro delle ruspe

Se da un lato il Comitato invoca ragioni umanitarie e paventa il rischio di emergenze igienico-sanitarie per spingere il Comune a firmare ordinanze d'urgenza (richiamando gli articoli 50 e 54 del Tuel), dall'altro la posizione delle istituzioni appare irremovibile. Di fronte alle diffide e alle costituzioni in mora presentate dai legali del quartiere, la risposta degli enti pubblici ha ricalcato la linea della fermezza, prospettando come unica via d'uscita l'applicazione delle ordinanze di demolizione.

Il tentativo dei residenti di paragonare il blocco delle autobotti a un "crimine di guerra" o a un assedio di stampo medievale si scontra con il principio giuridico per cui l'erogazione di servizi pubblici non può prescindere dalla regolarità degli immobili. La tolleranza durata oltre mezzo secolo sembra aver ceduto il passo alla necessità di ripristinare l'ordine urbanistico in un' area vincolata.

L'appello ai partiti e l'ombra della magistratura

L'istanza si chiude con una dura provocazione diretta alla classe politica locale, accusata di ricordarsi di Maddalusa soltanto durante le scadenze elettorali per la caccia al consenso. Il Comitato ha annunciato di voler proseguire la propria battaglia legale, riservandosi di esporre la situazione alla Procura della Repubblica di Caltanissetta per verificare eventuali omissioni della parte pubblica. Resta aperto il nodo principale: la ricerca di una mediazione legislativa che possa sanare una ferita urbana radicata da cinquant'anni, senza però legittimare ex post la cultura dell'abusivismo.