il caso maddalusa
«Niente autobotti perché siamo abusivi? Prima viene la salute»
I legali dei residenti firmano una reitera di diffida e annunciano esposti alla Procura: "La tutela della vita umana deve prevalere sui vincoli urbanistici della Zona A. L'accesso ai servizi essenziali non può essere negato"
Niente acqua a chi vive in case abusive? Per la legge costituzionale, il diritto alla vita e alla salute viene prima di qualsiasi vincolo urbanistico. È questo il fulcro dello scontro che si sta consumando ad Agrigento, dove il Comitato di quartiere di contrada Maddalusa ha lanciato un ultimatum alle istituzioni. La tesi difensiva dei residenti – che si scontra frontalmente con il blocco imposto dalle autorità proprio a causa della natura abusiva degli immobili, non allacciabili alla rete e formalmente esclusi anche dal servizio straordinario di autobotti – poggia su un principio giuridico ritenuto invalicabile: «Ogni eventuale asserita non regolarità urbanistico-edilizia di taluni immobili ricadenti nella cosiddetta Zona A non può giustificare la negazione dell'accesso all'acqua potabile finché gli immobili sono abitati». Secondo i legali del comitato, infatti, una corretta lettura costituzionale dell'ordinamento «impone di attribuire rilievo prevalente alla tutela della vita e della salute».
L'atto di riscontro e reitera di diffida, firmato dagli avvocati Enzo Gianmaria Cardella e Teres'Alba Raguccia per conto del comitato presieduto da Michele Mallia, rappresenta un vero e proprio preavviso di esposto giudiziario. Il testo mette in fila, in modo telegrafico, le tappe di una paralisi che dura ormai dal 9 maggio 2026, lasciando l'intera contrada senza un goccio d'acqua da quasi due mesi: a fine maggio la prima istanza dei cittadini; il successivo riconoscimento della gravità della crisi idrico-sanitaria da parte del Comune, rimasto però lettera morta; la prima formale diffida del 12 giugno con la richiesta di un'ordinanza contingibile e urgente rimasta inascoltata; infine, il rimpallo di note tra il sindaco Michele Sodano e il prefetto Salvatore Caccamo. Un circuito burocratico culminato nella decisione prefettizia di demandare al Comune una precisa e dettagliata ricognizione tecnica degli immobili della contrada per verificarne la consistenza e la situazione edilizia.
Questa mossa viene respinta con forza dalla difesa dei residenti abusivi, che la definisce «manifestamente dilatoria e inadeguata rispetto all'emergenza in atto». Gli avvocati incalzano le istituzioni ricordando che «la verifica dello stato urbanistico degli immobili non costituisce la causa né il rimedio della crisi idrica, e non può in alcun modo giustificare l'ulteriore procrastinarsi dell'intervento urgente».
Insomma, la sete e il rischio sanitario non possono attendere i tempi delle sanatorie o dei controlli edilizi. Il comitato rivendica lo status dei propri iscritti, rifiutando l'etichetta di "invisibili" senza diritti: «I componenti del Comitato e gli abitanti di contrada Maddalusa sono cittadini agrigentini a pieno titolo, regolarmente residenti nella zona, titolari di certificazione di residenza anagrafica e di tessera elettorale». Persone che pagano le tasse e votano, e verso cui esisterebbero «obblighi di protezione della salute, della sicurezza e dell'incolumità pubblica pienamente esigibili».
I legali hanno quindi avviato il conto alla rovescia: se entro 48 ore dal ricevimento dell'atto il Comune e Aica (Azienda idrica comuni agrigentini) non attiveranno d'urgenza l'invio delle autobotti e non convocheranno un tavolo tecnico, scatterà la denuncia penale alla procura della Repubblica per omissione di atti d'ufficio ai sensi dell'articolo 328 del Codice penale. La battaglia per l'acqua a Maddalusa è ufficialmente diventata un caso giudiziario.