×

Si allarga il fronte delle indagini

Inchiesta appalto strada della Mosella: scena muta degli imprenditori, l'ingegnere respinge le accuse

Caramazza e Milioti scelgono il silenzio ma presentano una memoria difensiva. Il direttore dei lavori Castaldo risponde al Gip e nega ogni addebito

14 Luglio 2026, 12:26

12:30

Inchiesta appalto strada della Mosella: scena muta degli imprenditori, l'ingegnere respinge le accuse

Gli imprenditori favaresi Diego Dino Caramazza, 45 anni, e Antonino Milioti, 47 anni, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere depositando tuttavia una memoria difensiva. L’ingegnere Salvatore Castaldo, 51 anni, di Agrigento, invece, ha risposto alle domande del giudice respingendo le accuse.

Questo l'esito degli interrogatori preventivi per la gara d'appalto da 3,2 milioni di euro per il rifacimento e il ripristino della sicurezza della strada della Mosella.

Dietro l'ombra di un appalto “truccato” a tavolino, secondo le indagini dei poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Agrigento, con il coordinamento del procuratore Giovanni Di Leo e del sostituto Annalisa Failla.

I due imprenditori favaresi, hanno scelto la via del silenzio anche se hanno depositato una memoria difensiva e varia documentazione. L’ingegnere Castaldo, direttore dei lavori, ha invece risposto alle domande respingendo ogni contestazione.

Per i tre i pubblici ministeri hanno chiesto la custodia in carcere. Per altre due indagate, Giovanna Vania Palillo, 30 anni, di Agrigento, dipendente dell’imprenditore Milioti ma titolare a sua volta di un’altra impresa, e Federica Caramazza, 36 sorella di Dino Caramazza, la Procura ha chiesto i domiciliari ma non sono stati disposti gli interrogatori preventivi.

A decidere se applicare o meno gli arresti sarà il gip del tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli.

In questa prima fase sono nove gli indagati. Si tratta di tre imprenditori, due funzionari comunali, due professionisti e due dipendenti di imprese utilizzati come “prestanome”.

I reati ipotizzati, a vario titolo, sono: trasferimento fraudolento di beni, turbata libertà degli incanti, induzione indebita a dare o promettere denaro e truffa aggravata per le erogazioni pubbliche.

Le indagini sono state avviate nel pieno della primavera, supportate da intercettazioni ambientali, telefoniche e riprese video.

Secondo l’accusa per l’appalto milionario sarebbe stata costituita una società ad hoc “Antiva”, intestata a due “teste di legno”, che effettivamente si è aggiudicata i lavori lo scorso 16 febbraio.

Nella giornata ieri, invece, è comparso davanti al giudice il funzionario comunale Gaspare Triassi nei confronti del quale è stata chiesta la misura interdittiva della sospensione dalla professione di ingegnere. Assistito dall'avvocato Giuseppe Scozzari, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Il difensore ha depositato una memoria con cui contesta le accuse di truffa e turbativa d'asta, sostenendo che Milioti, Caramazza e la presunta prestanome Vania Palillo avrebbero agito all'insaputa del funzionario al quale si contesta di avere favorito una “cresta” di 400 mila euro sul computo metrico per favorire la "Andiva".

Il reato di turbata libertà degli incanti è contestato a Milioti, Dino e Federica Caramazza, Calogero Valenti, Giovanna Palillo e al funzionario comunale Gaspare Triassi. A quest’ultimo, insieme al collega Vincenzo Galletto, viene mossa anche l’accusa di truffa aggravata per le erogazioni pubbliche.

Secondo i pubblici ministeri, infatti, sarebbero stati gonfiati i calcoli relativi alle opere di bitumazione e risagomatura della sede stradale per una cifra superiore ai 400.000 euro. L’obiettivo, secondo l'accusa, era indurre in errore l’amministrazione di Agrigento per contabilizzare e farsi liquidare somme per lavori che, in realtà, non sarebbero mai stati eseguiti, procurando così un ingiusto profitto a discapito delle casse pubbliche.

Tra le accuse anche quella di un incarico imposto con una presunta tangente “mascherata” da una consulenza che vede protagonista l’ingegnere Salvatore Castaldo, incaricato dalle imprese quale direttore dei lavori, e l’architetto e cognato Alessandro Rizzo a cui viene contestato invece il reato di induzione indebita a dare o promettere denaro o utilità.