il caso maddalusa e dintorni
Agrigento tra abusi edilizi, caos idrico e mala politica: l'atto d'accusa del procuratore Giovanni Di Leo
Il magistrato traccia un quadro severo delle criticità del territorio: dai tentativi di sanare la zona vincolata della Valle dei Templi alle opacità sulla gestione delle risorse idriche e finanziarie. Un invito agli amministratori ad applicare la legge senza cercare il solo consenso
Abusivismo edilizio, gestione dell’acqua, legalità amministrativa e un duro atto d’accusa a una politica schiava del consenso. Il procuratore della Repubblica di Agrigento, Giovanni Di Leo, traccia un quadro severo della provincia durante un confronto con la stampa al quinto piano del palazzo di giustizia di via Mazzini.
Al centro della riflessione c’è anzitutto il rispetto dei vincoli urbanistici e la risposta dei Comuni sulle sanzioni per le omesse demolizioni. Su questo fronte, evidenzia il magistrato, sono giunte solo risposte interlocutorie «in stile Agrigento», ricordando che applicare le norme non è una scelta discrezionale: «Fa parte dei doveri di chi ricopre queste cariche applicare l’ordinamento in materia urbanistica edilizia, sempre e non solo quando gli conviene».
Smontando le narrazioni sulla vicenda di Maddalusa, Di Leo ridimensiona le cifre parlando di 364 persone e 170 nuclei familiari, per il 70% seconde case, chiarendo che il vero nodo non sono le tutele paesaggistiche ma «l’abusivismo quarantennale e la tolleranza criminale che c’è stata verso questo fenomeno». Non si tratta di edilizia di necessità, aggiunge, ma di «ville con piscina» ed è inaccettabile la favola di un'intera comunità rimasta a secco: «Possono rientrare nelle loro case di Agrigento. Dai sopralluoghi queste persone non sono senza acqua, altrimenti le piscine sarebbero vuote».
Il capo della Procura mette in guardia le amministrazioni anche sui rischi contabili legati alle sanzioni da 20.000 euro mai riscosse, bollando come «fatto criminale» l'inerzia nei piani urbanistici. Un paletto netto viene piantato anche sulla proposta di riperimetrare il Parco archeologico della Valle dei Templi, giudicata palesemente incostituzionale: «Noi come generazione abbiamo l’obbligo di tutelare quel che resta del nostro ambiente in vista delle generazioni future».
Altrettanto allarmante è l'analisi sul fronte idrico. Con la fine del regime emergenziale, Aica non può legalmente rifornire le strutture abusive e l'uso indiscriminato delle autobotti nasconde insidie sanitarie ed economiche. «Nel 90% dei casi l’acqua che viene portata è inquinata da escherichia coli. Dobbiamo rischiare tragedie per consentire a qualcuno di guadagnarsi 150 euro a viaggio?», affonda Di Leo, liquidando con ironia l'idea dei sindaci di cedere ad Aica le utenze non gestite: «La prendo come un’idea, magari avranno mangiato pesante».
Il resoconto si chiude con un affondo sul nuovo codice degli appalti — definito potenziale terreno fertile per logiche clientelari per la mancanza di sanzioni sui frazionamenti sotto soglia — e sulla persistente mancanza di cultura della legalità nella gestione dei fondi pubblici: «Bisogna smettere di considerare il denaro pubblico come una greppia per gli asini dove il primo somaro che arriva mette il muso e mangia. Quel denaro è di tutti e va speso con raziocinio».