la sentenza
Niente alcol in cella per Gallea: la Cassazione vieta birra e vino al mandante del delitto Livatino
La Suprema Corte mette un punto fermo: il consumo negli spazi detentivi pregiudica l'ordine e la salute
Niente birra e vino in cella per Antonio Gallea, 69 anni, ritenuto il vertice della Stidda di Canicattì, attualmente detenuto in regime di Alta Sicurezza presso il carcere di Oristano. Lo ha disposto la Cassazione che ha accolto, e annullato senza rinvio, il ricorso del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, del Ministero della Giustizia e della Casa circondariale di Cagliari. Un ricorso presentato d'urgenza dopo la decisione del Tribunale di Sorveglianza di acconsentire al canicattinese l'acquisto e il consumo di bevande alcoliche nei limiti consentiti.
Antonio Gallea era stato condannato al carcere a vita per aver autorizzato – dalla cella in cui era rinchiuso già allora – l'eliminazione del giudice Rosario Livatino. Nel 2015, nonostante l'ergastolo, aveva ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Napoli il beneficio della semilibertà, potendo uscire di prigione al mattino per rientrarvi la sera. Ma l'accesso a quel beneficio di legge non è servito al reinserimento sociale: l'uomo è stato nuovamente arrestato nel febbraio del 2021 nell'inchiesta "Xydi", condotta sul campo dai carabinieri, che ha fatto luce sul mandamento mafioso di Canicattì, con l'accusa di aver tentato di riorganizzare le fila della Stidda.
Nonostante l'ergastolo, era riuscito a tornare libero (almeno di giorno), a ricostituire e ricompattare la cosca con i metodi già collaudati e accertati in passato, e a rivitalizzare la frangia criminale-mafiosa della Stidda. In primo grado è stato condannato a 22 anni di reclusione. Il boss canicattinese chiedeva di potere acquistare birra e vino in cella. I giudici ermellini hanno però chiarito: «Il consumo di bevande alcoliche non è riconducibile al diritto ad una alimentazione sana, consentendolo solo in occasione delle festività e nei locali in cui si consumano i pasti. Il consumo nelle celle può costituire causa di accumulo delle bevande alcoliche, a pregiudizio della salute dei detenuti – anche e soprattutto di coloro che assumono farmaci – e delle ragioni di sicurezza».