criminalità organizzata
"Nessun dialogo per chi guida la mafia dal carcere": no definitivo alla giustizia riparativa per il boss Giuseppe Falsone
Continuava a comandare dal 41-bis tramite l'avvocata Porcello: per i magistrati il profilo del boss resta incompatibile con i programmi della Cartabia
Rigettata la richiesta di accedere ai percorsi di giustizia riparativa per il boss di Campobello di Licata, Giuseppe Falsone, detenuto in regime di carcere duro. La Corte d'Appello di Palermo ha respinto con fermezza l’istanza presentata dalla difesa del noto capomafia. Si fa sempre più dura la vita in carcere per Falsone, che già in passato si era visto rigettare altre richieste. Il campobellese – secondo quanto scaturito dall’inchiesta “Xydi” dei carabinieri di Agrigento e della Dda di Palermo – era tornato a comandare dopo oltre dieci anni di detenzione al 41 bis, grazie all’ex penalista Angela Porcello. Nell’ambito di questo procedimento giudiziario, il boss ha rimediato un’altra condanna: il Tribunale di Agrigento gli ha infatti inflitto 22 anni di reclusione, e attualmente è in corso il processo d’appello.
Falsone aveva richiesto di poter intraprendere un percorso volontario di mediazione e confronto sulle conseguenze dei reati commessi. Sull’istanza di giustizia riparativa, i giudici hanno confermato la linea della totale incompatibilità tra il regime restrittivo del 41-bis e i programmi previsti dalla riforma Cartabia, sbarrando di fatto la strada a un potenziale precedente giuridico. L’avvocato Barbara Garascia non si arrende e ha sollevato una questione di legittimità costituzionale sulla norma che impedisce in maniera assoluta ai detenuti sottoposti al carcere duro di partecipare a questi programmi. La Corte si è riservata di decidere se la questione debba essere trasmessa alla Corte costituzionale. L'istanza presentata dalla legale mirava esclusivamente a far ammettere il detenuto a un itinerario di consapevolezza e riparazione: nessun colpo di spugna, nessun beneficio.
Il caso solleva ancora una volta il delicato equilibrio tra le finalità rieducative della pena, i diritti delle vittime a ricevere un percorso di verità e le imprescindibili esigenze di contrasto alla criminalità organizzata. Il processo di appello Xydi sulla riorganizzazione del mandamento mafioso di Canicattì, sui rapporti fra Cosa nostra e Stidda e sui contatti con l’allora latitante Matteo Messina Denaro, è stato rinviato al 30 ottobre. In quella data i giudici scioglieranno la riserva sulla questione costituzionale e, salvo un eventuale invio degli atti alla Consulta, emetteranno la sentenza.