san giovanni di dio
Inchiesta sanità ad Agrigento, finti requisiti per protesi al pene: cinque camici bianchi nei guai
Tra gli indagati c'è anche un medico licenziato dall'azienda sanitaria che ha ricorso contro il provvedimento
Una vera e propria bufera giudiziaria si abbatte sull’ospedale San Giovanni di Dio. La Procura della Repubblica di Agrigento ha iscritto nel registro degli indagati cinque medici del nosocomio di contrada Consolida con le accuse di associazione a delinquere, peculato e falso commesso da Pubblico ufficiale. Tra i camici bianchi coinvolti figura anche un professionista nel frattempo licenziato dall'azienda sanitaria, il quale ha intrapreso una dura battaglia legale contro il provvedimento della chiusura del rapporto lavorativo.
Al centro dell’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Alessia Battaglia, che ha già avanzato richiesta di proroga delle indagini, ci sono oltre cento interventi chirurgici per l'impianto di protesi peniene eseguiti negli ultimi cinque anni.
Secondo la tesi della Procura, le operazioni sarebbero state effettuate a spese del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) su pazienti che, in realtà, non possedevano i requisiti clinici necessari per accedere al beneficio pubblico. In Italia, questo tipo di dispositivo medico ha costi elevatissimi – tra gli 8 e i 10 mila euro a protesi – e la spesa medica ordinaria resta quasi sempre a totale carico del paziente. La copertura pubblica viene concessa col contagocce e solo a specifiche categorie protette (come i pazienti oncologici), all'interno di una complessa transizione normativa per l'inclusione definitiva nei Lea (Livelli essenziali di assistenza).
Il meccanismo ipotizzato dagli inquirenti aggirava tali restrizioni, attirando ad Agrigento un numero anomalo di pazienti provenienti anche da fuori Sicilia. Un flusso massiccio che, secondo quanto emerso, veniva alimentato e sponsorizzato persino attraverso mirate campagne pubblicitarie sui canali social. I sospetti erano nati già all'interno della stessa Asp di Agrigento, che aveva avviato i primi accertamenti interni insospettita dall'impennata di ricoveri ed esborsi. Successivamente, anche l’Assessorato regionale alla Salute aveva disposto approfondite ispezioni.
La svolta investigativa è scattata nel luglio 2025, quando i Carabinieri del Nas di Palermo hanno fatto irruzione nei reparti del presidio ospedaliero agrigentino. In quella sede i militari hanno sequestrato ben 112 cartelle cliniche relative ad altrettanti interventi chirurgici effettuati a partire dal 2018. I dati raccolti tracciano un trend in fortissima crescita nel corso degli anni: 2018: 3 interventi; 2019: 7 interventi; 2020: 8 interventi; 2021: 9 interventi; 2022: 22 interventi; 2023: 44 interventi; 2024: 19 interventi.
I fatti contestati coprono un arco temporale che va dal 2018 alla fine del 2023. Spetterà adesso alla Procura di Agrigento quantificare con esattezza il danno economico causato alle casse pubbliche e definire i ruoli dei singoli indagati in quello che viene ipotizzato come un sistema strutturato.