lo scenario
Agricoltori vs esportatori, la voce dei territori sul Mercosur: il vino italiano ha davvero da temere?
L’Europa che protesta e quella che firma: perché l'accordo col Sudamerica divide
Mentre a Asunción si firmava l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, davanti alle prefetture di mezza Europa i trattori bloccavano il traffico. È l’immagine-paradosso di un continente in bilico: da un lato l’ossigeno promesso a industrie e export; dall’altro i timori – concreti – di chi coltiva la terra. E in Italia, dove l’agroalimentare è identità prima che economia, il dibattito ha fatto emergere un conflitto interno: agricoltori vs esportatori. Chi ha ragione? E soprattutto: come si conciliano le due anime dei territori?
“Il vino non deve temere il Mercosur”: la voce degli esportatori
«Non tutto il Mercosur viene per nuocere»: parola di Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini (UIV). Nell’intervista pubblicata il 19 gennaio 2026, Frescobaldi riconosce «le perplessità degli agricoltori», ma ribadisce che per il vino «aumentare l’export in Sudamerica è una necessità», anche perché oggi i dazi su quei mercati «arrivano fino al 27% per i vini fermi e al 35% per gli spumanti». La sua è una posizione netta: ridurre barriere e proteggere le indicazioni geografiche – dal Prosecco all’Asti – può allargare il pubblico dei consumatori e diversificare l’export, oggi concentrato in pochi Paesi.
I numeri aiutano a capire il perché di questo ottimismo. Secondo schede ufficiali della Commissione europea, nel 2024 l’export agroalimentare UE verso il Mercosur valeva circa 3,3 miliardi e il vino subiva tariffe “fino al 35%”: l’accordo punta a eliminarle gradualmente, con un apparato di tutela aggiuntivo fatto di “clausole di salvaguardia” e una riserva agricola da 6,3 miliardi di euro per eventuali crisi. Per l’Italia, dove il vino ha superato gli 8 miliardi di euro di export nel 2024, la rimozione dei dazi in Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay è una leva non trascurabile.
Sul terreno, i segnali sono già misurabili. L’UIV, incrociando dati ICE su San Paolo, ha rilevato nel 2024 un incremento delle importazioni brasiliane di vino fermo italiano del 10,6% e uno sviluppo costante degli spumanti. Quote ancora piccole, ma dinamiche: l’Italia in Brasile avrebbe guadagnato quota sia nei fermi (al 6,5%) sia negli spumanti (al 14%). In prospettiva, l’abbattimento dei dazi può ridurre i prezzi al consumo e ampliare la platea, oggi frenata dalla fiscalità.
Non è solo il settore vino a salutare con favore l’intesa. Anche Federalimentare ha parlato di «accordo storico», stimando fino a 400 milioni l’anno di export aggiuntivo per l’industria alimentare, e le associazioni dell’artigianato – Confartigianato – hanno ricordato che le esportazioni italiane nell’area valgono 7,6 miliardi (ottobre 2024–ottobre 2025, +2,9%), con l’Italia secondo fornitore UE. Ma le aperture dei mercati sudamericani non possono camminare da sole: servono strumenti per le PMI (credito, formazione, servizi per l’internazionalizzazione) che permettano anche ai distretti più piccoli di “salire a bordo”.
La contro-narrazione dei campi: “regole diverse, rischi concreti”
Sul fronte opposto, le principali organizzazioni agricole italiane, a partire da Coldiretti e Confagricoltura, non nascondono i timori. Il punto non è l’export del vino – settore ad alto valore aggiunto e con IG forti – bensì l’impatto di un accordo che spalanca porte (seppur con quote) a carni, pollame, zucchero, riso, miele e soia prodotti con standard e fitofarmaci non sempre allineati a quelli UE. Nel dicembre 2025, mentre a Bruxelles la firma slittava di qualche settimana, Coldiretti parlava di «vittoria degli agricoltori» e denunciava «lacune» nelle tutele, attaccando anche chi – come Federalimentare – definiva “solide” le salvaguardie.
La preoccupazione è condivisa da Confagricoltura, che ha giudicato “inaccettabile” la versione iniziale della clausola di salvaguardia votata in COMAGRI a inizio dicembre 2025: criteri di attivazione “irrealistici” e oneri probatori troppo pesanti per dimostrare un “grave danno”, proprio mentre i settori più esposti chiedono strumenti rapidi. Per questo il pressing delle sigle agricole ha spinto Consiglio e Parlamento a rafforzare il meccanismo: monitoraggi semestrali, inchieste rapide e soglie guida (ad esempio +10% di import o –10% dei prezzi) per aprire le indagini.
Sullo sfondo, resta il tema politico. Fino a metà dicembre 2025, Italia e Francia hanno guidato il fronte che chiedeva più garanzie; poi, il 9 gennaio 2026, gli ambasciatori UE hanno dato il via libera politico alla firma, anche con il voto italiano, e il 17 gennaio il trattato è stato firmato ad Asunción. La partita non è chiusa: servirà l’ok del Parlamento europeo e dei Parlamenti del Mercosur. Ma la rotta è tracciata e le proteste degli agricoltori restano una variabile.
Timori, numeri, soluzioni possibili
Qui il racconto si fa corale. Dalle pianure bovine del Nordest alle risaie del Vercellese, dalle apiarie appenniniche ai caseifici di pianura, l’argomento “concorrenti a basso costo” è ricorrente. Le voci sindacali sostengono che non è una sfida “prezzo contro prezzo”, ma “regole contro regole”: se in Europa alcune molecole fitosanitarie sono vietate, se il benessere animale o la tracciabilità costano di più, come si garantisce la parità? Non basta dire che le importazioni sensibili resteranno entro quote: in annate difficili – siccità, fitopatie, volatilità dei mangimi – un +10% di volumi esterni può fare la differenza tra utile e perdita lungo la filiera. Da qui l’insistenza su tre parole chiave: reciprocità, rapidità, tracciabilità.
Reciprocità: significa condizionare i benefici tariffari al rispetto di standard ambientali e sanitari comparabili, con controlli doganali frequenti e, se serve, sospensioni “chirurgiche”. La Commissione ha promesso che le “regole UE su salute umana, animale e vegetale non si toccano”. Serve vederlo tradotto in ispezioni e audit trasparenti.
Rapidità: nei picchi di import, contano i giorni. Il regolamento di salvaguardia bilaterale approvato in sede di Consiglio prevede inchieste fino a 4 mesi e misure provvisorie in 21 giorni: finestra utile se applicata con decisione, specialmente su bovini, pollame, zucchero.
Tracciabilità: i sindacati chiedono etichette chiare sull’origine e una “banca dati” pubblica dei flussi, consultabile dagli operatori. Il monitoraggio semestrale verso Parlamento e Consiglio è previsto, ma dovrà essere granulare per area e prodotto.
Sul vino l’accordo è più lineare: l’eliminazione progressiva dei dazi – fino al 35% – e il riconoscimento delle IG sono gli snodi che interessano cantine e consorzi. Nel dossier UE, si parla di protezione per oltre 300 denominazioni europee nel Mercosur e di standard enologici allineati. Per il Prosecco, in particolare, il tema è soprattutto brasiliano: oggi “Prosecco” è anche un nome di varietà in uso locale; la tutela promessa dovrebbe impedire usi evocativi come “tipo” o “stile”. Frescobaldi lo indica come «risultato importante» del negoziato.
La fotografia dei mercati sudamericani suggerisce prudente entusiasmo. Il Brasile – oltre 200 milioni di abitanti e consumi in crescita – è dominato da concorrenti “vicini” come Cile e Argentina, avvantaggiati da trattati preesistenti; l’Europa sconta ancora una fiscalità pesante. Tuttavia, nel 2024 gli acquisti brasiliani di vino europeo hanno toccato circa 190 milioni di euro, con l’Italia intorno ai 40 milioni e un potenziale di crescita legato proprio alla sforbiciata tariffaria. Per le nostre aziende, l’obiettivo non è invadere, ma scalare di valore, lavorando su spumanti, rossi iconici e IG protette.
In parallelo, i dati Ismea/ANSA segnalano un 2024 da record per l’export vinicolo italiano (8 miliardi, +5,5% in valore): ma l’80% del nostro vino va ancora in una decina di mercati e il 24% del fatturato estero si concentra negli Stati Uniti, oggi zavorrati da nuovi dazi e incertezze geopolitiche. La diversificazione geografica non è quindi una scelta di immagine, ma un’assicurazione.
Le piazze, l’aula e le cantine
Che il dossier sia politicamente incandescente lo dicono le cronache delle ultime settimane: trattori a Bruxelles, rinvio a dicembre, poi via libera a inizio gennaio 2026 e firma il 17 gennaio. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha avvertito che un fallimento avrebbe minato la credibilità dell’UE nei negoziati globali; i governi più esposti all’export manifatturiero – Germania, Spagna, Nordici – spingono, altri frenano. Il testo finale promette smantellamento di oltre il 90% dei dazi, quote per i prodotti sensibili e protezione delle IG. Ma la vera prova sarà l’applicazione: trasparenza dei dati, velocità dei freni, reciprocità delle regole.
Nel mezzo, resta la specificità italiana. I nostri territori non sono tutti uguali: ci sono filiere – vino, formaggi DOP, olio EVO – che possono guadagnare mercato e valore; e filiere – zootecnia bovina e avicola, zucchero, riso, miele – che percepiscono un rischio immediato. La missione politica dovrebbe essere tenere insieme entrambe: allargare il perimetro dell’export senza lasciare scoperti i campi. Lo chiedono le piazze e, in fondo, anche gli esportatori responsabili.
Come ha ricordato Frescobaldi, «non ho paura della competizione quando è giocata ad armi pari». È esattamente questa la formula da portare dai comunicati agli atti: armi pari. Dazi che scendono dove servono, IG tutelate, filiere sensibili difese con salvaguardie rapide e misurabili. Se l’Italia riuscirà a far pesare questo equilibrio a Bruxelles e a renderlo operativo nelle dogane, allora il paradosso di quella mattina – trattori in strada e penne che firmano – potrà trasformarsi in un racconto meno divisivo: quello di un Paese che esporta di più senza sradicare le sue radici.