il ritratto
“Un talento spezzato a Capodanno”: la vita interrotta di Emanuele Galeppini, il giovane golfista genovese
Un ragazzo cresciuto tra Genova e Dubai, un futuro sui green e un nome adesso inciso tra le vittime della strage di Crans‑Montana. La sua storia, le conferme delle autorità, le domande aperte sulla sicurezza e sul perché di una notte trasformata in inferno.
La prima immagine che molti ricordano di Emanuele Galeppini è una foto in bianco e nero: lo sguardo concentrato, il viso da adolescente, le spalle dritte come davanti a un tee di partenza. Quella stessa immagine, pubblicata dalla Federazione Italiana Golf in segno di cordoglio, è diventata il simbolo di una perdita che pesa come piombo sui campi praticati tra il Tigullio e gli Emirati. A Crans‑Montana, nella notte di Capodanno tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, Emanuele non è tornato a casa. Oggi il suo nome figura tra le vittime italiane ufficialmente identificate della strage del locale Le Constellation. Una notizia che, nelle prime 48 ore, aveva oscillato tra i messaggi di dolore e la prudenza dei familiari in attesa dei riscontri, fino alla conferma delle autorità elvetiche e italiane nella serata del 3 gennaio 2026.
Chi era Emanuele Galeppini
Nato a Genova nel 2009, Emanuele era cresciuto a Dubai, dove la famiglia si era trasferita quando lui era ancora piccolo. Lì aveva trovato un terreno perfetto per far sbocciare il suo talento: impianti moderni, tornei giovanili, un circuito competitivo che non perdona distrazioni. Negli ultimi anni il suo nome aveva cominciato a circolare con insistenza tra tecnici e addetti ai lavori: una promessa del golf capace di unire la disciplina dell’allenamento feroce all’istinto buono dei vincenti. La conferma era arrivata sul campo: nell’aprile 2025 si era imposto all’Omega Dubai Creek Amateur Open, una classica dell’amatore d’élite, suggellata dai resoconti della stampa specializzata del Golfo. E pochi giorni dopo aveva messo in bacheca anche il Jumeirah Golf Estates Junior Open, con un giro da 67 colpi sul percorso Fire. Non fiabe, risultati.
Tra UAE, Bahrein, Inghilterra e rientri italiani, Emanuele aveva salutato il 2025 con una manciata di piazzamenti solidi e il passaggio per la Faldo Series ad Al Ain, dove aveva primeggiato nella categoria Boys 16‑and‑under con uno score di 208 colpi. Per chi mastica classifiche e “cut”, era la fotografia di una crescita tecnica già coerente con il sogno di un salto tra i grandi.
Un filo tra Liguria e Golfo Arabico
Il legame con la Liguria restava forte. A Rapallo la famiglia manteneva una casa e i periodi in Italia avevano il sapore degli affetti e dei primi swing. Gli amici raccontano un ragazzo educato, curioso, tifoso del Genoa, e con quell’ironia asciutta dei giovani abituati a cambiare fuso orario senza perdere l’equilibrio. A Dubai, Emanuele era tesserato in club di primo livello e si muoveva da junior di punta all’interno di un ecosistema che alterna accademie, gare federali e inviti a tornei open dove si misura davvero la stoffa.
La conferma dell’identità e il tempo sospeso dei familiari
Nei primi due giorni dopo la tragedia, l’Italia ha vissuto un’alternanza dolorosa di notizie e smentite. La Federazione Italiana Golf ha pubblicato un messaggio di cordoglio con una foto in bianco e nero di Emanuele e un saluto essenziale: “Ciao Emanuele”. Dalla famiglia, però, era arrivato un appello alla prudenza: «Aspettiamo il Dna». Una cautela comprensibile, imposta anche dalla complessità delle operazioni di riconoscimento in Svizzera, dove la magistratura aveva chiesto ai parenti dei dispersi di fornire campioni biologici e cartelle dentali. Poi, la sera del 3 gennaio, la svolta: le autorità hanno comunicato l’identificazione di tre vittime italiane, tra cui Emanuele Galeppini, informandone le famiglie. È il sigillo doloroso su quelle ore di sospensione.
Un ragazzo, non un numero
Emanuele aveva 16 anni (avrebbe compiuto 17 a breve). Dentro quella cifra ci sono ore di allenamento, viaggi con i genitori, tasselli di una carriera appena iniziata e già concreta. Non era il “prodigio” perfetto da ascoltare solo in highlights: chi lo ha visto giocare parla di maturità tattica, gestione delle giornate no, rispetto per gli avversari. Un ragazzo che stava imparando a stare in campo e fuori, senza scorciatoie. L’istantanea della vittoria all’Omega Dubai Creek Amateur Open 2025 – punteggi asciutti, pochi fronzoli – racconta la stessa etica: essere migliori del giorno prima, colpo dopo colpo.
Le reazioni del mondo del golf e delle istituzioni
Il post della Federazione Italiana Golf ha raccolto centinaia di messaggi. «Passione e valori autentici», si legge nel testo ufficiale: parole semplici, che il mondo del golf raramente spende a caso. Dagli Emirati sono arrivati i ricordi dei club dove Emanuele era di casa; dai colleghi junior, foto e brevi frasi in inglese e italiano; dalle autorità italiane aggiornamenti freddi ma necessari: 19 connazionali coinvolti tra feriti e dispersi nelle prime comunicazioni, 13 ricoverati, 6 inizialmente irrintracciabili; un quadro poi evoluto con le identificazioni. È la grammatica di una catastrofe collettiva in cui ogni dato è una lama.
In Svizzera, il Consiglio federale ha proclamato cinque giorni di lutto, bandiere a mezz’asta, una veglia a Crans‑Montana e un invito ai cittadini a evitare attività a rischio per non gravare su ospedali già saturi. La politica locale ha annunciato la costituzione di parte civile del Comune nel procedimento, mentre la Procura ha disposto accertamenti tecnici sul locale e sugli adeguamenti eventualmente effettuati negli ultimi mesi. I vertici della polizia hanno parlato di una delle “peggiori tragedie” che il Paese ricordi in epoca recente.
Il ricordo che resta: da Genova a Dubai, un cerchio che si chiude troppo presto
Per chi lo ha conosciuto, Emanuele Galeppini resterà un ragazzo che dava del tu al vento sul drive e al silenzio concentrato sul green. Nelle settimane precedenti al viaggio in Svizzera, aveva alternato allenamenti e tornei tra Dubai Creek, Jumeirah, Arabian Ranches e Al Ain, muovendosi sulla mappa come fanno i giovani che hanno già deciso chi vogliono essere. Con 16 anni addosso, sapeva competere e sapeva ridere: due verbi che insieme costruiscono gli atleti e, prima ancora, le persone. In Italia, le scuole golf dove aveva mosso i primi passi parlano di «un carattere mite, con dentro un fuoco». Negli Emirati, di «un compagno prezioso, che ti corre incontro anche se ti batte per un colpo».
La Federazione Italiana Golf lo ha salutato come si salutano i ragazzi che portano un movimento sulle spalle senza accorgersene: con una foto sobria, poche righe e un impegno implicito – custodire quell’esempio. E mentre emergono i nomi delle altre vittime italiane (tra cui due sedicenni di Milano e Bologna), la sensazione è che l’unico modo per rendere senso a questa tragedia sia pretendere verità e alzare l’asticella della prevenzione, nei locali e negli eventi dove il divertimento dovrebbe essere una promessa, non un rischio.