L'approfondimento
Il tempo profondo del pianeta e l’urgenza del presente: nel 2025 nuovo record per le temperature degli oceani
Salvaguardare l'ambiente significa proteggere la memoria della terra e, insieme, il futuro
Nel 2025 le temperature degli oceani hanno toccato un nuovo primato. Un’indagine internazionale, che ha coinvolto oltre 50 ricercatori, evidenzia che nell’anno appena concluso le acque marine hanno accumulato più calore che in qualsiasi altro periodo dall’inizio delle misurazioni.
L’incremento di energia termica è stato pari a 23 miliardi di miliardi di joule, l’equivalente dei consumi energetici dell’economia mondiale in 37 anni. L’analisi, pubblicata sulla rivista Advances in Atmospheric Sciences, ha visto il contributo dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) di Roma e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) di Bologna.
Gli oceani coprono oltre il 70% della superficie del pianeta, ma restano, paradossalmente, uno degli spazi meno conosciuti dall’umanità. Li attraversiamo con le rotte commerciali, li sfruttiamo come risorsa alimentare ed energetica, li osserviamo come orizzonte di vacanza o di fuga. Eppure, sotto quella distesa mobile e apparentemente uniforme, si cela un mondo complesso, fragile e decisivo per il futuro della Terra.
Gli oceani sono innanzitutto il grande regolatore del clima globale. Assorbono più del 90% del calore in eccesso prodotto dall’aumento dei gas serra e circa un quarto dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane. Senza questa funzione tampone, l’aumento delle temperature sarebbe già oggi incompatibile con molti ecosistemi terrestri. Ma questo servizio invisibile ha un prezzo: il riscaldamento delle acque e l’acidificazione stanno alterando gli equilibri chimici e biologici marini, mettendo sotto stress organismi fondamentali come i coralli, i molluschi e il plancton.
Il plancton, spesso ignorato perché invisibile a occhio nudo, è alla base della vita oceanica e produce circa metà dell’ossigeno che respiriamo. Ogni secondo respiro umano dipende, in ultima analisi, da microscopiche alghe sospese nelle correnti. È un dato che ribalta la percezione comune: le foreste amazzoniche sono vitali, ma anche le “foreste liquide” degli oceani lo sono, forse ancora di più.
Scendendo in profondità, il mare diventa un territorio quasi alieno. Oltre i 200 metri, la luce solare svanisce e inizia la zona crepuscolare; più sotto, il buio è totale. Qui vivono specie adattate a pressioni estreme, temperature rigide e scarsità di cibo. Creature bioluminescenti, pesci dagli occhi enormi o dai corpi trasparenti testimoniano una biodiversità sorprendente, in gran parte ancora sconosciuta. Si stima che oltre l’80% delle specie marine non sia stato descritto scientificamente: esploriamo Marte con maggiore dettaglio di quanto facciamo con i fondali oceanici.
Ma gli oceani non sono solo natura: sono anche storia e geopolitica. Hanno permesso l’espansione delle civiltà, il commercio globale, gli scambi culturali. Oggi, oltre il 90% delle merci mondiali viaggia via mare. I fondali ospitano cavi sottomarini da cui dipende Internet, arterie silenziose della comunicazione globale. Allo stesso tempo, le acque internazionali sono teatro di tensioni crescenti: dalla pesca illegale allo sfruttamento minerario dei fondali, fino alle nuove rotte aperte dallo scioglimento dei ghiacci artici.
È proprio la pesca a rappresentare uno dei punti più critici. Secondo gli scienziati, oltre un terzo degli stock ittici mondiali è sovrasfruttato. Tecniche industriali aggressive, come la pesca a strascico, devastano i fondali e catturano specie non bersaglio, alterando intere catene alimentari. Per molte comunità costiere, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, il declino delle risorse marine non è un problema astratto, ma una questione di sopravvivenza economica e culturale.
A questo si aggiunge l’inquinamento. Ogni anno milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, frammentandosi in microplastiche che entrano nella catena alimentare. Sono state trovate nei ghiacci polari, negli abissi e persino nei tessuti umani. Gli oceani, che per secoli hanno assorbito gli scarti della civiltà industriale, stanno restituendo il conto.
Eppure, nonostante questo quadro allarmante, gli oceani non sono solo vittime. Sono anche uno spazio di resilienza e di possibilità. Le aree marine protette, quando ben gestite, dimostrano che la vita può tornare a prosperare in tempi relativamente brevi. La ricerca scientifica marina sta aprendo nuove frontiere, dalla scoperta di molecole utili in campo medico alle soluzioni basate sulla natura per contrastare il cambiamento climatico, come il ripristino delle praterie di posidonia e delle mangrovie.
Raccontare gli oceani oggi significa raccontare una relazione. Non esiste un “loro” separato da un “noi”. Ogni scelta energetica, alimentare, industriale ha un riflesso nelle correnti, nelle temperature, negli ecosistemi marini. Gli oceani non parlano con parole, ma con segnali chiari: innalzamento del livello del mare, eventi estremi, perdita di biodiversità. Ascoltarli non è più un atto di sensibilità ecologica, ma una necessità politica e culturale.
Nel movimento incessante delle onde si riflette il tempo profondo del pianeta, ma anche l’urgenza del presente. Proteggere gli oceani significa proteggere la memoria della Terra e, insieme, il nostro futuro.